Allora, tutti constatarono che Garabombo era veramente invisibile. Antico, maestoso, interminabile. Garabombo avanzò verso la Guardia d’assalto che sbarrava la piazza d’armi di Yanahuanca. Solo cani nervosi abitavano la freddolosa solitudine. Venti guardie, coi cappotti aggobbiti contro il rovaio, difendevano la discesa al fiume Chaupihuaranga. Il sole delle cinque faceva sfolgorare i loro elmetti. Senza intimidirsi, Garabombo puntò verso le sentinelle. Sulla cantonata, l’angoscia devastò i chinchinos. Lo vedevano o non lo vedevano? Disprezzando un fucile mitragliatore montato su un tripode da combattimento, Garabombo proseguì verso il plotone addossato alla caserma (perché le inette guardie civili servivano solo per portare all’abbeverata i cavalli delle truppe speciali); attraversò la strada. Lo vedevano o non lo vedevano? Lo stesso Melecio Cuellar, suo cognato, si piantò le unghie nelle palme sudaticce. Garabombo sarebbe entrato e uscito indenne dalla caserma o le sentinelle ignoravano la sua insolenza unicamente per giustificare la sparatoria? Perfino Amalia Cuellar, sua moglie – che più di chiunque altro difettava di motivi di sfiducia – si tappò la bocca con lo scialle blu. “Sta salendo sul marciapiede,” descrisse, senza alcuna necessità, Amador il Sorridente. Lo guardavano o non lo guardavano? Garabombo varcava la soglia della caserma o quella della propria morte? Una delle sentinelle sollevò il mitra. La folla gemette. Sempre scultoreo, Garabombo si fermò. Dalla porta emerse il cappotto verde, la faccia lentigginosa del comandante Bodenaco. Garabombo si appiattì contro il muro. Con intollerabile lentezza, il comandante Bodenaco, detto Guillermo il Macellaio, si tolse di tasca un pacchetto e accese una sigaretta. Il fumo serpeggò contro l’orizzonte. Sempre rasente al muro, entrò. I chinchinos aspettavano la mitragliata ineluttabile. Sulla piazza, un ufficiale si mise sull’attenti davanti al comandante Bodenaco. “Sta facendo rapporto,” sussurrò Victor de la Rosa, ex sergente di fanteria. Gli rispose un gemito corale. Adesso Garabombo salutava – col suo insolentissimo sorriso – da una delle finestre della caserma! “Spicciati, grandissimo cornuto,” grugnì Corasma.
“Non lo vedono,” sorrise Amador Cayetano, presidente della comunità. “E’ invisibile!”.
“E’ da sette anni che è invisibile,” sussurrò Melecio Cuellar.
Non lo vedeva nessuno. Protetto dalla sua carne trasparente, prima del crepuscolo Garabombo si sarebbe impossessato dei piani segreti della guardia d’assalto. Quella sera stess la comunità avrebbe conosciuto le istruzioni del XXI Comando, i punti dove si stava preparando l’attacco proditorio, i segreti dell’”Operazione Sgombero,” i nomi dei confidenti che insudiciavano la terra di Yanahuanca. Amador Cayetano iniziò la sghignazzata. A cosa serviva a quel meschino ministro degli interni Elias Aparicio telegrafare ordini cifrati?
“Padre nostro che sei nei cieli, fa in modo che non guardino Garabombo,” pregò Sulpicia.
“Non essere stupida, Sulpicia,” esclamò Melecio Cuellar. “Non lo vedono! Garabombo può mangiare e dormire a suo piacimento. E se vuole piscerà anche sulle guardie. Crederanno che sta piovendo!”
“Penseranno piuttosto che è passata una puzzola,” grugnì Corasma.
“Sta scendendo la scala.” Sussurrò Oswaldo Guzman.
Si congedarono mentre serpeggiava il tempo che ci mise Garabombo per riemergere sulla soglia. Sul limite della piazza si fermò, guardò i chicnhinos e superbamente si soppesò i testicoli. Era coraggiosissimo ma vanaglorioso. Il sole morente lambì il suo viso ossuto, le labbra grosse, i baffi sbrici, i capelli a spazzola.
Lo stesso Corasma a vietarsi un brivido d’ammirazione destituito dall’angoscia. Sullo stesso marciapiede avanzava un plotone che era stato appena rilevato sul ponte ora custodito giorno e notte. Garabombo s’irrigidì contro la fontana. Le guardie passarono senza vederlo; infischiandosi di una guardia rimasta indietro, Garabombo camminò verso il sole boccheggiava.
Una gioia senza frontiere lo invase! Garabombo era veramente invisibile! Garabombo era trasparente! Nessuna sentinella avrebbe notato le sue mosse di vetro! Il rigorosissimo stato d’assedio organizzato a Cerro de Pasco era inutile. La repressione sarebbe stata sgominata. Invano i distaccamenti bloccavano le strade; invano l’esercito aveva costruito una nuova postazione le cui mitragliatrici invisibili intimorivano la gola di Huariaca, a più di quattromila metri d’altezza. Erano mesi che nessuno circolava senza salvacondotto. Nessuno, tranne gli invisibili! Perché, chi avrebbe potuto controllare un uomo trasparente? Ma ad un tratto la folla indietreggiò. Disprezzando la posizione della cantonata, Garabombo si diresse verso la Sottoprefettura, quartiere generale del colonnello Marroquin, capo dell’”Operazione Sgombero.” Cosa pretendeva Garabombo? Entrare nell’edificio dai muri celesti e dalle porte blu da dove il colonnello Marroquin, affacciato a un balcone, sorvegliava il sole? Con spavento, con ammirazione, con raccapriccio, lo guardarono avanzare. Perfino il messo Corasma si unì al credo fervente. Erano cugini e si odiavano; ma in quel momento Garabombo non era il parente detestato, e nemmeno il supposto predatore del bestiame di Murmunia, e neanche il vanaglorioso cavalleggero che approfittando della sua invisibilità dormiva con le donne sposate, bensì il comunero che col cuo indimenticabile coraggio avrebbe fatto conoscere a Chinche i piani di combattimento della guardia d’assalto e avrebbe permesso di rispondere al fuoco col fuoco. Perché l’ora era giunta!
(da “Storia di Garabombo l’invisibile di Manuel Scorza, Universale Economica Feltrinelli)